Divino Etrusco, i rosati della Tuscia battono la Provenza?

Sei rosati, tutti locali, a testimoniare come il vino provenzale per eccellenza può trovare terreno fertile anche nelle zone della Tuscia, proprio quelle dove gli Etruschi per primi al mondo hanno addomesticato la vite, coltivandola in posizione eretta e non più a terra come avviene ancora in alcune parti del mondo.

E’ il tema della degustazione sotto le stelle organizzata a Tarquinia nell’ambito di Divino Etrusco.  A fare da anfitrione di eccezione Carlo Zucchetti, che svolge la sua attività di profondo conoscitore di vini, editore e divulgatore di pillole di sapienza, condite da una sana ironia di chi smonta i luoghi comuni – a volte un po’ astrusi e difficili da decifrare – dei sedicenti esperti del settore. Così, in una serata sotto la luna, si può imparare che fare il vino rosato è una cosa seria, e che il modo migliore per produrlo è vinificare parzialmente il rosso, mentre quello più vantaggioso in termini di tempo in rapporto alla resa è il salasso, che si ottiene sgranando il rosso.

“Sono stati gli Etruschi ad esportare il vino in Francia, dove è diventato Merlot, Cabernet, Sauvignon, Petit Verdot, e ora se lo sono andati a riprendere”

ha fatto osservare Zucchetti a proposito dell’eterna rivalità vinicola tra Italia e Francia, che nel caso del rosato si rivela anche nei numeri: 30 milioni di bottiglie l’anno solo in Provenza e 10 milioni in tutto in Italia. Ma il Bel Paese sta cercando di colmare il gap coni cugini d’oltralpe, come dimostrano gli ottimi rosati ottenuti in Puglia, in Abruzzo e nella zona di Vittoria in Sicilia.  “Ormai facciamo rosati con tutti i vitigni”, spiega Zucchetti mettendo in guardia da possibili scorciatoie che ne possono minare la qualità e ricordando che la cosa più importante è scegliere le uve adatte.

Anche nella Tuscia c’è chi si impegna con eccellenti risultati, come racconta Marco Muscari Tomajoli: il suo Velca I.G.P. Lazio rosato nel 2019 è stato premiato tra gli otto migliori rosati d’Italia. Si tratta di un Montepulciano biologico ottenuto da salasso, con la pressatura diretta delle uve, compreso il 30% del grappolo intero. Nata nel 2007 da un’idea di Sergio, il padre di Marco, la cantina Muscari Tomajoli a Tarquinia, grazie all’impegno di quattro ragazzi tutto l’anno e durante tutto il ciclo produttivo, ha bruciato le tappe puntando sulla qualità artigianale. “La nostra filosofia – racconta Marco, sommelier diplomato – si basa sul rispetto della vite e del suo ciclo naturale.

Nei nostri vigneti escludiamo l’utilizzo di erbicidi, nessun concime e nessuna irrigazione. Utilizziamo solo prodotti ammessi nell’agricoltura biologica (rame e zolfo, argille fine tipo zeolite, propoli). Lavoriamo con rese per ettaro estremamente basse, tra i 40 e i 60 quintali. Tutti i nostri vini sono prodotti utilizzando esclusivamente uve coltivate nei nostri vigneti, vinificate e imbottigliate nella cantina di proprietà. Seguiamo e controlliamo scrupolosamente tutto il processo produttivo dal vigneto alla bottiglia, con la volontà di ottenere la massima qualità possibile. Le nostre bottiglie sono prodotte in quantità limitata ed interamente numerate”.

“Fino al 2014 – prosegue Marco – abbiamo sperimentato, il 2015 è stata la nostra prima annata, con il Vermentino e il Petit Verdot in purezza”. Dal 2016 è cominciata la produzione di rosato, premiata con il riconoscimento nazionale. Gli Etruschi battono la Provenza, o almeno la raggiungono alla sua altezza, si potrebbe dire. C’è ancora qualche tabu da sfatare?
Marco non ha dubbi: quello di considerare il rosato un vino da consumare entro l’anno.

Michela Nicolais

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