C’è un angolo di Sicilia dove il mare non si limita a bagnare la costa, ma entra letteralmente nei calici. Siamo nella Riserva Naturale dello Stagnone, tra Marsala e Trapani: un paesaggio unico al mondo fatto di saline rosa, antichi mulini a vento e brezze costanti.
È qui che Cantine Birgi – storica realtà cooperativa del territorio – ha dato vita al suo progetto di punta: Feudo Stagnone.
Per scoprire da vicino la vera anima di queste etichette, abbiamo partecipato a una masterclass organizzata in collaborazione con Gambero Rosso.
Il Terroir: Un abbraccio tra sale e viticoltura
Non si può comprendere l’identità dei vini di Feudo Stagnone senza guardare al loro ambiente. I vigneti affondano le radici in suoli calcareo-sabbiosi battuti dallo Scirocco e impregnati dal pulviscolo salino delle vicine saline.
Il risultato? Vini dotati di una tensione minerale straordinaria, capaci di coniugare la struttura dei grandi autoctoni siciliani a una freschezza tesa e verticale.
Durante l’evento, guidato dall’esperto Raffaele Mosca e dall’enologo della cantina Giuseppe Figlioli, abbiamo esplorato l’intera gamma espressiva del territorio. Abbiamo iniziato con quattro bianchi:
Lucido Spumante Brut, metodo martinotti; Blanc de Blancs Dosaggio Zero Metodo Classico 2020, Giallo Trisole 2025, Grillo Feudo Stagnone 2023.
A seguire tre rossi: Nerello Mascalese Trisole 2024, Perricone Feudo Stagnone 2023 e Kinisia Rosso Riserva 2022.
Per concludere Unico Bianco, vino con toni ossidativi perfetto a fine pasto.
In sintesi possiamo affermare che il lavoro svolto da Cantine Birgi con la linea Feudo Stagnone dimostra come la cooperazione possa trasformarsi in un vero presidio di qualità e sostenibilità.
