Marco Carpineti: un progetto di armonia tra vino, cultura e natura

Passione e orgoglio. E’ un connubio perfetto, quello di Marco Carpineti, che descrive bene l’obiettivo che l’azienda vitivinicola di Cori che porta il suo nome, nata nel 1994, si propone di realizzare: “collaborare con la natura, fare prodotti buoni, non inquinati, che rispettino sia l’ambiente che i consumatori”.

Quando ci racconta la sua storia, durante una visita in cantina dedicata ai giornalisti ospitati da Smstudio nell’ambito della quinta edizione di Vini d’Abbazia, traspare dalle sue parole una certa, contagiosa, spregiudicatezza.  Quella di chi, nel 1986, lascia il posto fisso di perito elettronico – già con un figlio da sfamare – e comincia a lavorare il vino dapprima da una piccola casa di campagna con un pergolato di uve lungo la via Francigena, a sud di Roma, come eredità dei propri antenati, e poi compra i primi appezzamenti di terreno per iniziare a coltivare i suoi vigneti, che saranno tra i primi in Italia ad ottenere la certificazione biologica.

Il termine contadino è ancora oggi usato in senso dispregiativo”, ci fa notare Marco mettendoci a parte di una delle sue vigorose battaglie: “il contadino, invece, è il custode del territorio, colui che ne preserva l’integrità e ne tramanda la bellezza”.  Ed è proprio la parola Terra – nelle sue diverse accezioni di globo, pianeta, mondo – la materia prima che fa da filo rosso ai sogni dell’universo Carpineti, oggi portati avanti anche dalla nuova generazione, composta dai figli Paolo e Isabella. Le quattro Tenute in cui si espande l’azienda – Capolemole, Pezze di Ninfa, San Pietro e Antoniana – sono infatti la trama globale di un progetto armonico, “Carpineti Terrae”, avviato nel 2021 a coronamento di una storia fatta di armonia tra agricoltura sostenibile, spirito d’innovazione e ricerca storica.

Tutto comincia nel 1994, nella Tenuta Capolemole, con la scelta di valorizzare i vitigni autoctoni – Bellone, Greco Moro, Nero Buono – coniugando sostenibilità, produzione biologica del vino, bellezza dei paesaggi, lavoro integro, cultura autentica del vino. Nel 2000 le vigne si espandono e continuano le sperimentazioni, mentre è finalmente possibile accogliere gli ospiti per degustare il vino Marco Carpineti, sempre più riconosciuto e premiato.

Il primo rosso di riserva di Marco Carpineti, nato nel 2004, è il Dithyrambus, dalle pendici del Colle Paolino, uno dei sette colli della Tenuta  Capolemole. Il 2006 è l’anno dell’acquisizione della Tenuta di Pezze di Ninfa – sul tratto della Via Francigena che collega Cori al famoso borgo medievale ormai scomparso, le cui rovine oggi ospitano il Giardino di Ninfa – dove calcare e argilla danno nuovi sentori alle varietà antiche di Bellone, Greco Moro, Nero Buono, all’insegna ancora una volta della valorizzazione del territorio grazie all’inserimento di dimensioni nuove e profondamente contemporanee.

La Tenuta San Pietro, dal 2009, è una riserva composita per microclima e per struttura del suolo, abitata da fauna selvatica, dove l’uva Bellone e Nero Buono trovano la loro massima espressione. Nel 2011 il primogenito di Marco, Paolo, muove i primi passi in azienda, iniziando lo studio di un Metodo Classico per valorizzare la nota frizzante dei vitigni autoctoni: un azzardo, quasi una provocazione che grazie all’incrocio di due generazioni nel 2014 dà vita a Kius, una parola inventata per una bottiglia che da allora è diventata il marchio dell’azienda: un Metodo classico biologico inedito, sorprendente, nato dalle antiche uve di Bellone e da Nero Buono e disponibile nelle versioni Brut, Extra Brut e Pas Dosé.

Un anno dopo, la Tenuta Antoniana diventa la nuova sfida della famiglia Carpineti nel biodinamico e nella biodiversità ambientale, nel solco della tradizione delle altre Tenute. L’ennesima scommessa di Marco Carpineti è la valorizzazione del vino degli imperatori romani, tra le bellissime montagne di Sermoneta, Bassiano e Sezze. Alla sperimentazione vitivinicola si affiancano la ricerca dei grani antichi, la sperimentazione dei pascoli, la conservazione degli ulivi ultrasecolari, la riscoperta dei sentieri montani e del relax all’aria aperta.
Il recupero delle cultivar Itrana e Leccio permette la produzione di Mò Mò, dal 2016 l’olio biologico dell’azienda. Nel 2017 alla gamma dei vini si aggiunge Nzù, che nel dialetto corese significa “insieme”: nome perfetto per identificare il vino biodinamico in anfora ispirato alla Roma Antica e frutto delle tecniche di agricoltura biodinamica che si avvalgono della trazione animale e dei lieviti indigeni, lasciati affinare in anfore d’argilla del territorio modellata da sapienti artigiani.

L’ultimo ingresso in azienda è quella di Isabella, che dal 2018 affianca Paolo e Marco e si dedica al progetto Carpineti Experience, per andare oltre il vino e offrire ai visitatori – più di 10mila da tutto il mondo, solo lo scorso anno – la possibilità di vivere la cantina e le sue tenute in maniera nuova, con esperienze e  visite – come quella a “Limito”, il Labirinto di uve più grande del mondo – che uniscono laboratori a degustazioni, passeggiate nei vigneti a esplorazioni sensoriali, tramite eventi e percorsi personalizzati.

Perché il Lazio, chiosa Marco Carpineti, “non è solo Roma, ma un territorio ricco di bellezza, cultura e natura che abbiamo il dovere di far conoscere di più”.

Michela Nicolais

spot_img